Orto Dei Cappuccini

Nel vasto giardino che si estende per circa dodicimila metri quadrati e che fino a pochi anni or sono veniva coltivato, sono presenti quattordici cavità. Tra queste, la più interessante dal punto di vista storico, archeologico, bio-speleologico, è un cisternone che si sviluppa complessivamente per poco meno di 1200 metri quadrati, “battezzato” con il nome di “Cisternone Vittorio Emanuele”.
L’ingresso, ridotto in periodo pre-bellico con la costruzione di un muro in mattoni e pietrame che presenta un’apertura simile a una porta, mostra i segni evidenti dell'incuria poiché sovrastato da sporgenti masse rocciose che da anni, sembrano annunciare futuri cedimenti. Da questo punto, dopo aver disceso una decina di gradini scavati nella roccia, è possibile raggiungere il fondo dell'ambiente che si presenta ricoperto da cumuli di terra e detriti.
Secondo fonti storiche, la cavità risalirebbe al periodo cartaginese della città ed è stata considerata uno dei più grandi e spettacolari serbatoi d'acqua dell'antichità presenti in Sardegna.

Senza ombra di dubbio le origini del sito sono legate alla coltivazione delle cave calcaree poiché all'interno sono visibili i segni relativi all'asportazione della pietra. Come accadeva in tutte le antiche latomie, l'estrazione dei blocchi e delle pietre cominciava dall'alto, con lo scavo di piccoli vani e procedeva nella parte bassa, man mano che i cavatori, mentre scendevano in profondità, trovavano nel sottosuolo la desiderata "roccia di qualità".

In periodo Romano, le pareti interne della cava sono state stuccate fino all'altezza di 6 - 7 metri, con una sovrapposizione di malte che in certi punti raggiungono gli otto centimetri di spessore rendendola impermeabile e capace di contenere oltre nove milioni di litri d'acqua. Quest'ultima doveva raggiungere la cavità tramite diverse canalette presenti nell’orto adiacente e proveniva, oltre che da una serie di ampi sotterranei limitrofi, da un cunicolo lungo novantacinque metri accessibile anche dalla gradinata dell'Anfiteatro Romano prossima al viale Sant'Ignazio.
Tale cunicolo, somigliante alle tipiche condotte dell'Acquedotto romano, misura 190 cm di altezza per 100 cm di larghezza, possiede due pozzi nella volta, e per accedervi dall'interno del Cisternone, bisogna risalire una parete alta sette metri, dotata di fori e pedarole per facilitarne l'uso. Per la precisione questa parete risulta quella più interna poiché dista una cinquantina di metri dall'ingresso principale.

A seguito dell'impiego come serbatoio sotterraneo, la cavità, durante le persecuzioni anticristiane guidate dall’imperatore Diocleziano a partire dal 303 d.C., divenne un tetro carcere per condannati a morte. Dagli elementi forniti nel 1997 con il ritrovamento di un graffito (Navicula Petri) "inciso" nella superficie parietale, è stato supposto che i Cristiani venivano rinchiusi nella caverna e legati con corde e catene fissate a grosse anelle ricavate nella roccia.

Questi ultimi stavano diverso tempo in attesa della "sentenza" consistente nella pena di morte da scontare, dopo aver percorso il cunicolo ed essere usciti nell'arena dell'Anfiteatro, nel punto in cui i Romani attendevano ansiosi l'inizio di un sanguinario incontro tra uomini e belve.
Una delle ultime frequentazioni umane è da collegare alla seconda guerra mondiale in quanto offrì riparo agli sfollati e ai "senzatetto" che occuparono anche l'Anfiteatro, allora divenuto un posto malfamato.

Attualmente, oltre a numerose macerie, sono presenti i cocci dei recipienti in terracotta usati in antichità per il prelievo dell'acqua e grossi vasi in ferro smaltato, utili a coloro che si rifugiarono nel corso dei bombardamenti aerei del 1943.
Un particolare molto interessante è dato dal fatto che nella volta della cavità è presente una miriade di fori utilizzati, assieme a uno dei pozzi ascendenti presso il cunicolo comunicante con l'Anfiteatro, da diverse colonie di pipistrelli che da anni vivono indisturbati e che attualmente sono in netta diminuzione per cause da chiarire tempestivamente.

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