Sottouncielodiroccia

Nell'articolo di Vittorio Scano si affronta il tema dei rifugi antiaerei utilizzati durante la seconda guerra mondiale in particolare durante i bombardamenti del 17, 26 e 28 febbraio 1943.

Si sottolinea soprattutto il racconto "umano" del periodo bellico, mediante il racconto di alcuni sopravvissuti, le cronache dei giornali e i documenti dell'Archivio di Stato.

Durante la guerra la città di Cagliari si spopolò e circa novantamila cagliaritani abbandonarono le loro case.

Ancor prima dello scoppio della guerra, il Genio civile, si preoccupa di individuare siti fruibili come rifugi antiaerei. I rilievi stabiliscono che le cavità impiegabili per i civili hanno una capacità inferiore alle novemila unità. Inoltre, le cavità più grandi, San Guglielmo, i Giardini Pubblici e il
Terrapieno, sono destinati, qualora scoppiasse un conflitto, ad ospitare uffici ed enti vari: Questura, Comune, Prefettura, Università.
Vengono applicate per legge due disposizioni importanti (decreto legge 24 settembre 1936 e legge del 6 giugno 1939) sulla base delle quali, tutti i nuovi edifici, devono disporre di un rifugio per cui vi abita.
In caso contrario, l'Unpa (Unione Nazionale Protezione Antiaerea), non rilascerà il benestare al progetto.

L'Unione Sarda fornisce informazioni sulle varie tipologie di rifugio, su come comportarsi durante la permanenza.
I ricoveri sono umidi, freddi, occorre coprirsi con indumenti atti a conservare il caldo, preservare testa e piedi con berrettini e pantofole.I bambini devono avere un abbigliamento adeguato, evitare il contatto con il pavimento mediante lastre di sughero o linoleum.

Viene anche fatto un elenco dei principali rifugi:
- il rondò di Buoncammino, che guarda sotto la sottostante piazza D'Armi;
- la grotta detta Su Stiddiu, il cui ingresso si affaccia su viale San Vincenzo, quasi all'incrocio con piazza d'Armi;
- la grotta dell'Avanzata, sulla sinistra verso chi guarda l'ingresso del Giardino pubblico;
- la grotta del Giardino pubblico, uno dei più grandi;
- i cunicoli nel sottosuolo di piazza Palazzo. la cui entrata era posta sotto le scalette di piazza Carlo Alberto e l'uscita in via Canelles;
- le grotte sotto il terrapieno dietro la scuola all'aperto Attilio Mereu;
- le grotte dietro la Croce Rossa, quella dell'orto dei Cappuccini, quella nell'area retrostante la casa di riposo Vittorio Emanuele II;
- la grotta rifugio a Villa Pernis e nel contiguo istituto salesiano;
- la cavità sotto l'ospedale civile del San Giovanni di Dio;
- la grotta di Santa Restituta, tristemente nota per la strage del 17 febbraio;
- il grottone del fosso di san Guglielmo, che risulterà tra i rifugi più frequentati.
- la grotta Marcello vicino al Bastione del Balice.

I problemi nei rifugi sono all'ordine del giorno: illuminazione, servizi igenici, sedili, paraschegge davanti alle entrate, sporcizia, insetti.
Ogni rifugio ha il suo custode che ha il compito di aprire il cancello ogni qual volta suoni l'allarme. In una nota del 12 dicembre 1942 il prefetto
stabilisce che ogni ricovero sia vigilato da un carabiniere al quale dalle 19 alle 7 mattutine, si aggiungano due soldati della 46° Fanteria.

"I rifugi sono il veicolo attraverso cui nella città di quel tempo viene a formarsi una realtà 'diversa' e sovrapposta a quella della vita normale.[…]
Passeggiate, cinema, teatro, sport e riunioni con gli amici lasciano il posto a nuovi comportamenti. Uno di questi è la vita in comune, che di colpo, azzera il tradizionale individualismo dei sardi. Sotto la roccia si sta insieme ed ognuno deve saper rinunciare a qualcosa. Un altro è la corsa verso i ripari che coinvolge tutti, non esclusi vecchi e bambini.[…]
I ricoverati piangono, urlano, gesticolano come automi.[…]
Dal terrore scaturisce una nuova forma di solidarietà".

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